Famiglia Gropallo.
Gli ultimi anni di Giovanni Viganò e alcuni ricordi.
Giovanni scrive nel suo diario: “Dopo aver combattuto nelle campagne de ’59, ’60, ’66 e ’70, ed aver dedicato all’Unità d’Italia tredici anni della mia vita la sera del 23 dicembre 1871 dopo lunghe peripezie da Roma giunsi a Besana”, dove si dedicò a migliorare il suo bel paese. Nel 1871 costruì per conto del Comune la strada che porta al cimitero; diventò Fondatore e Presidente della Società Operaia; membro per tanti anni della Congregazione di Carità; presidente della Società del Gas e sostenitore del nuovo viale della stazione che fa bella mostra di sé ancora oggi. Indubbiamente Giovanni ebbe una vita intensa, operosa e onesta.
Ci piace riportare integralmente le parole con le quali Lui stesso chiude questa breve rassegna della sua vita: “Della mia esistenza sono abbastanza soddisfatto”…e ne ha avuto ben d’onde.
Giovanni Viganò muore il 26 gennaio 1922 quando l’Italia si stava avviando per una strada sconosciuta. La sua tomba ancora oggi è ben curata dagli eredi tuttora viventi.
Giovanni evidenzia alcune considerazioni sulla ingratitudine umana sempre presente nel nostro vivere.
Giovanni lascia qua e là trapelare una certa amarezza per l’ingratitudine delle Istituzioni e degli uomini. Nelle conclusioni della lettera inviata al "Secolo d'Italia" scrive: “…sarò stato tedioso ma desidererei che questo giornale si interessasse un poco anche di noi reduci del ’60, che qualche cosa abbiamo fatto per questa benedetta Italia”.
E la prima amarezza Giovanni deve averla subita quando fu rapidamente messo in congedo dai sabaudi prima della conclusione della campagna di guerra. La monarchia voleva disfarsi al più presto dei garibaldini al fine di riaffermare il proprio potere, sostituire l’esercito dei volontari con le proprie truppe e sventare improvvide iniziative “repubblicane”… Quindi la monarchia, non fidandosi dei garibaldini, congeda tutti i volontari frettolosamente e in silenzio. Questa deludente modalità di scogliere il numeroso esercito di camicie rosse non è stato certo il modo migliore per ringraziare coloro che senza chiedere nulla e a prezzo della loro vita avevano dato tutto per il loro ideale e conquistato un regno ai piemontesi.
Ma l’ingratitudine non è solo dei regnanti e Giovanni ne fa esperienza immediatamente quando pensava d’essere ormai a casa.
Imbarcato a Napoli con i suoi compagni d’arme senza particolari cerimonie, senza documenti e con una misera paga di 6 mesi, viene sbarcato a Genova da dove, in treno, va a Milano e quindi Monza. Da qui poteva raggiungere la non vicina Besana solo a piedi. Dato che portava con sé un sacco contenente le cose più preziose della campagna di guerra, chiede un passaggio ad un carrettiere che accetta di averlo compagno di viaggio. Giovanni sale accanto al postiglione che prende il sacco e lo mette sulla cassetta a lui vicina, poi i due conversando arrivano lentamente nei pressi di Besana. Qui giunti Giovanni ringrazia, scende e si accorge che il suo sacco è stranamente leggero, capisce d’essere stato derubato… Infuriato rincorre il carro “tira giù” il carrettiere lo riempie di botte e si fa dire dove ha messo la refurtiva. “lungo la strada, l’ho buttata nei fossi qua e là”.
A questo punto a Giovanni non resta che ripercorrere la strada verso Monza, nei fossi ritrova tutti i suoi beni li recupera, riempie il sacco e, sconsolato, torna a Besana a piedi.
Nel seguito riportiamo le diverse medaglie che il garibaldino portava con orgoglio e che ha gelosamente conservato per tutta la sua vita.

